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Articolo di stampa – 20251013

Fonte: L’Eco di Bergamo – 13 ottobre 2025

«Raccontare la malattia: la parola è la prima e più grande terapia»

Questa volta non solo divulgazione scientifica, risultati di studi, illustrazione di frontiere della ricerca ma, anche, il racconto diretto, personale, di esperienze «forti», che incidono profondamente sulla vita, che magari non si confidano per sensi di colpa, pudori, diffidenze preconcette. Esperienze come il cancro. Ne esce, in primo piano, il potere curativo, catartico, salvifico, del racconto, della parola, che infrange i confini della solitudine, dissolve l’assurda convinzione di essere i soli a subire/affrontare dolore e malattia, l’assurdo senso di colpa per averla causata con qualche comportamento inidoneo. «Le parole per dirlo: raccontare la malattia», sabato sera al Pala SDF di piazza Libertà, è stato, nel programma di BergamoScienza, un incontro specialmente diretto, «settico», vero. Giacomo Cardaci, scrittore, attivista, funzionario del ministero della Cultura, testimonial di Airc – che organizzava la serata, nell’anniversario dei suoi sessant’anni – ricorda: «Vent’anni fa mi è stato diagnosticato un cancro inoperabile, aggressivo, recidivante. Avevo 21 anni, tachicardie forti, fibrillazione atriale. Vengo operato, le sonde non riescono ad arrivare al cuore. Una Tac rivela una massa di 14 cm che lo comprime. Un linfoma di Hodgkin al terzo stadio B. Se sono qui, è grazie alla ricerca». Ma anche alla parola, al racconto, alla psicoterapia: «Sono lo sponsor più accanito, in tutto il sistema solare, dell’aiuto psicologico. La parola scioglie il dolore. Raccontare e ascoltare fa bene. I traumi non si leniscono con il tempo, si ripresentano anche a distanza di molti anni. Raccontare e condividere mi ha fatto sentire molto meglio. La prima e più grande terapia, per un’esperienza anche la più orrenda, è la parola». La parola «tumore», però, fa paura, è tabù perché associata alla morte. «È un meccanismo di difesa, di rimozione. Il cancro, anche metaforicamente, significa qualcosa di spregevole (il cancro della mafia), si lega a un inconscio senso di colpa: ci si sente responsabili della propria malattia. Una delle esperienze più dure è il senso di colpa. Ma fa parte della tragedia della vita che capitino cose che non puoi controllare, che non sono causate da una responsabilità».
«Mi piace uno sguardo d’agonia, perché è sincero». Contro eufemismi, ipocrisie, veli pietosi, Margherita Greco, psicologa dell’Istituto Nazionale Tumori, cita Emily Dickinson. «Se non si passa dal limite non ci si rimbalza nella vita. Vorrei scrivere un elogio del limite. Spendiamo la vita a cercare comportamenti che ci aiutino a negare la morte. Ma il limite c’è, la morte c’è, dobbiamo accettarlo. Da lì si sale, altrimenti ci si barcamena ad evitare la verità. Il cancro ci dà il compito di confrontarci con il limite».
«Un giorno il cancro diventerà una malattia curabile, e non farà più paura»: cita, invece, Shimon Sakaguchi, Nobel per la Medicina 2025, la sociolinguista Vera Gheno: «Allora anche il suo nome non farà più paura. Ora si usano formule come «male incurabile», «era malato da tempo», «lunga malattia», «brutto male». In tutte le culture si ritrovano gli stessi tabù, tra cui la morte e la malattia. Ma non nominandole si amplifica la paura, si ingigantisce il babau. Ci si ammala e ci si sente in colpa. È il bisogno di una causa, di una spiegazione». Senso di colpa, anche, verso i familiari: «Si ha paura di diventare un peso». E verso il corpo sociale: «In una società costruita su un individualismo sfrenato, l’ammalato si ritrova solo, non più performante, diventa un peso sociale, un fallimento: non riesco più a fare quello che la gente si aspetta da me. Nominare invece ha senso, rende conosciuto lo sconosciuto. Consente di mettere in comune le esperienze, fa capire che quello che ti succede riguarda la collettività. Non destino individuale ma collettivo, dovuto a motivi sistemici. Più se ne parla meno fa paura».
Ha moderato Ruggero Rollini, divulgatore scientifico.