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Categoria: Articolo di stampa

Articolo di stampa – 20251117

Fonte: ilfattoquotidiano.it – 17 novembre 2025

Come parlare del cancro ai bambini? I consigli degli psicologi dell’Istituto Nazionale dei tumori di Milano e 5 libri per affrontare il tema della malattia oncologica con i figli

In occasione del mese di sensibilizzazione alle malattie oncologiche è bene soffermarsi sull’importanza di saper comunicare ai bambini nel migliore dei modi la malattia oncologica dei genitori o di familiari cari

di In viaggio con Matilde

Quando si ha difronte una diagnosi di malattia oncologica, l’istinto è quello di proteggere i bambini dalla sofferenza. Questo atteggiamento comporta un’assenza di comunicazione, che si riversa nell’emotività dei bambini tanto da farli sentire esclusi ai cambiamenti familiari, in colpa, non amati e psicologicamente confusi. Come sostengono molti psicologi, il miglior modo è quello di renderli partecipi a questi cambiamenti attraverso un dialogo aperto improntato su una comunicazione chiara.

Come e cosa dico ai miei figli? Questa è la domanda che molti genitori si fanno e devono affrontare. Il primo step è sempre più complicato, ma affrontato nel modo più naturale possibile garantisce dei risultati meno traumatici. Ogni bambino può reagire in modo differente, a seconda dell’età e del carattere, potrebbero alternare momenti di rabbia e momenti di tristezza; pertanto, il consiglio degli esperti è quello di non minimizzare il loro comportamento, di mantenere la loro quotidianità e rispettare il loro tempo di elaborazione. E’ importante dargli la possibilità di esprimersi facendo domande, esternando le loro paura e i loro bisogni. Solo insieme, attraverso un atteggiamento complice, si potrà affrontare questa malattia sia che riguardi un genitore, sia un membro della famiglia, come nonni, zii o parenti. E’ importante che la famiglia si basi sul principio di unione e trasparenza.

Un viaggio-intervista insieme alla dott.ssa Claudia Borreani, per soffermarci sulla comunicazione della malattia ai minori e al Dott Carlo Barbati dell’Istituto Nazionale dei Tumori per conoscere la collana di podcast “Ci sentirete vicini” realizzato dalla Fondazione IRCCS (INT) di Milano, in collaborazione con Anvolt. Nuovi linguaggi che possono essere linee guida per affrontare dal punto di vista tecnologico la malattia oncologica.

Cosa e in che modo lo dico ai miei figli? È la prima domanda che un genitore si pone per comunicare la propria malattia oncologica o quella dei propri cari ai bambini. Come si risponde a questa domanda e che parola è opportuno usare o non usare per descrivere la malattia: tumore, cancro o bua?
Comunicare una diagnosi di tumore ai propri figli rimane una delle sfide più difficili per un genitore che già deve affrontare un percorso di cura. Ci sono tuttavia alcuni accorgimenti che possono aiutare: è importante riflettere prima su cosa dire loro e come dirlo. È consigliabile individuare un momento tranquillo, senza distrazioni, in cui poter parlare con calma. Ovviamente bisogna adattare le informazioni all’età e al livello di maturità dei figli. Anche la scelta dei termini è importante: usare la parola cancro, tumore, o “malattia” va valutata in base alla capacità di comprensione dei figli e alla risonanza emotiva che il termine porta con sé per i genitori. Non devono mai mancare parole di rassicurazione così come la disponibilità costante a rispondere alle domande e ad accogliere le emozioni.

Quali sono i consigli da applicare nei confronti dei bambini per affrontare nel migliore dei modi i cambiamenti dettati dalla malattia oncologica, siano essi fisici come la perdita di capelli, la perdita di peso, l’affaticamento o pratici come l’assenza di casa a causa dei ricoveri o interventi chirurgici?
Una comunicazione aperta e rassicurante è alla base di ogni relazione funzionale tra genitori e figli. Ogni cambiamento deve essere anticipato, spiegato e dove possibile, normalizzato. Come prepararsi e preparare i figli alla perdita dei capelli rappresenta la preoccupazione maggiormente espressa dai genitori. Si tratta di un passaggio delicato anche per il paziente stesso che deve trovare, prima di parlarne con i figli, la sua personale posizione emotiva rispetto a questo cambiamento. Un taglio di capelli preventivo, l’utilizzo di una parrucca, di un turbante o di un semplice cappellino sono strategie che possono essere condivise con i figli ascoltando anche le loro preferenze. E’ importante sottolineare la transitorietà del cambiamento rassicurando sul fatto che i capelli ricresceranno presto e che saranno più belli di prima.

Trattandosi di effetti collaterali dei trattamenti, il tema della transitorietà riguarda molte delle problematiche che si affrontano durante le cure oncologiche quali la stanchezza e il malessere che devono essere sempre adeguatamente contestualizzati. Anche in caso di ricovero è sempre bene valutare l’opportunità di portare i figli a fare visita al genitore malato ascoltando sempre le loro preferenze in merito. Si può poi organizzare l’incontro in reparto oppure optare per spazi più neutri dell’ospedale quali terrazzo, bar, salottini dedicati ove presenti.

Il tumore influenza il clima emotivo di tutta la famiglia, sia se coinvolge un genitore o un familiare caro. In che modo bisogna supportare il bambino di fronte a questa notizia sia in ambiente interno e sia in ambiente esterno, come la scuola o altre realtà in cui il bambino ne fa parte?
Innanzi tutto, è consigliabile mantenere il più possibile una routine quotidiana in grado di offrire ai minori un senso di normalità e sicurezza. Risulta cruciale mantenere le attività quotidiane come: andare a scuola, fare sport e trascorrere del tempo in famiglia. È importante anche dedicare del tempo per attività “speciali” con i minori, come: leggere insieme, fare passeggiate o semplicemente parlare; tutte queste attività possono rafforzare il legame emotivo e offrire un supporto aggiuntivo.

La scuola rappresenta un altro importante luogo di stabilità per i minori durante i periodi di malattia del genitore. È fondamentale coinvolgere gli insegnanti e il personale scolastico, informandoli della situazione che si sta attraversando. Gli insegnanti, infatti, possono svolgere un ruolo chiave nel monitorare i comportamenti dei minori in classe e fornire un sostegno adeguato. La collaborazione tra genitori, insegnanti e psicologi è dunque cruciale per garantire che i minori non si sentano soli nel loro percorso e che abbiano accesso a tutte le risorse di cui hanno bisogno, sia a livello scolastico che emotivo, per fronteggiare alcuni possibili cambiamenti determinati dalla malattia.

Dott. Barbati, l’importanza dei podcast come spunti di riflessione per semplificare concetti complessi. La collana di podcast “Ci sentirete vicini” realizzato dalla Fondazione IRCCS (INT) di Milano, in collaborazione con Anvolt ha avuto riscontri positivi da parte di chi li ha ascoltati?
Sì, nasce proprio con l’obbiettivo di rendere accessibili temi che, per loro natura, sono complessi e spesso emotivamente densi. Parlare di malattia oncologica all’interno della famiglia, dei vissuti dei minori o del ruolo degli operatori sanitari significa toccare questioni delicate che richiedono un linguaggio accurato, rispettoso e al tempo stesso comprensibile. I podcast hanno avuto un riscontro molto positivo, sia da parte dei pazienti e dei loro familiari, sia da parte degli operatori che lavorano quotidianamente nel contesto onco-ematologico. Molte persone ci hanno scritto dicendo di essersi sentite “accompagnate” mentre ascoltavano le puntate: la voce narrante, i racconti concreti, le situazioni tratte dalla vita reale e il tono empatico con cui affrontiamo ogni tema hanno restituito un senso di vicinanza e di contenimento emotivo che spesso, nella quotidianità della cura, rischia di sfumare. Per diversi ascoltatori, soprattutto genitori che stavano affrontando una diagnosi, la possibilità di ascoltare i podcast in momenti protetti – ad esempio durante gli spostamenti, in casa la sera o nei tempi di attesa tra una visita e l’altra – ha rappresentato un modo per recuperare informazioni in maniera meno “frontale” e più rispettosa dei loro tempi. Molti ci hanno riportato di aver trovato utili i suggerimenti pratici, la chiarezza dei contenuti e il fatto che ci fosse spazio anche per la dimensione emotiva, non solo per quella informativa. Anche sul versante degli operatori sanitari abbiamo ricevuto numerosi feedback: per alcuni colleghi i podcast sono diventati strumenti formativi, utilizzati per approfondire aspetti comunicativi o per discutere in équipe situazioni cliniche complesse. In sintesi, il riscontro è stato molto positivo perché i podcast hanno permesso di “avvicinare” persone che, in momenti di vulnerabilità, avevano bisogno di sentirsi comprese e guidate, senza sentirsi giudicate o sovraccaricate. È esattamente l’obbiettivo a cui puntavamo.

Attività pratiche come la lettura di libri adeguati possono essere efficaci durante questo percorso di comunicazione?
Assolutamente sì. Le attività pratiche, come la lettura condivisa di libri adeguati all’età del minore, rappresentano strumenti estremamente efficaci nel facilitare la comunicazione all’interno della famiglia durante il percorso oncologico. La mediazione narrativa permette di affrontare temi complessi attraverso un linguaggio simbolico, più accessibile e meno minaccioso. I libri dedicati alla malattia o alle emozioni aiutano a riconoscere ciò che si prova e a dare forma alle eventuali paure. Per molti minori, soprattutto i più piccoli, la possibilità di “vedere” la malattia rappresentata metaforicamente in un personaggio o in una storia aiuta a comprenderla senza esserne sopraffatti. Inoltre, la lettura condivisa crea un momento di intimità in cui il genitore può rispondere alle domande del proprio interlocutore, anche di giovane età, in un clima meno carico rispetto a una conversazione diretta. Esiste ormai una solida letteratura che sostiene l’utilità delle narrazioni terapeutiche: sappiamo che la mediazione attraverso storie, immagini e metafore favorisce la regolazione emotiva, riduce l’ansia e promuove una comunicazione più aperta tra genitori e figli. In alcuni casi, i libri aiutano anche l’adulto a trovare le parole giuste, soprattutto quando teme di “dire troppo” o “dire male”. Nel progetto sviluppato con ANVOLT non abbiamo inserito riferimenti a materiali divulgativi specifici per l’età evolutiva, proprio per non limitare la libertà dei genitori nel scegliere lo strumento narrativo più vicino alla sensibilità della propria famiglia. Tuttavia, resta un’indicazione preziosa quella di utilizzare storie e narrazioni come ponte comunicativo: una modalità che può essere facilmente adattata, personalizzata e resa coerente con i bisogni del bambino e lo stile relazionale della famiglia.

Come individuare eventuali segnali di disagio dott. Barbati e quindi risulta cruciale rivolgersi al pediatra o psicologo infantile per comprendere meglio i silenzi dei bambini?
Individuare i segnali di disagio nei bambini è un passaggio fondamentale per accompagnarli in modo efficace quando un genitore affronta una malattia oncologica. I bambini, soprattutto i più piccoli, non sempre riescono a esprimere apertamente quello che provano: spesso parlano attraverso il comportamento, i silenzi, i cambiamenti nelle routine. Alcuni segnali, quando persistono nel tempo o rappresentano una marcata deviazione dal funzionamento abituale del bambino, meritano attenzione. Ad esempio: difficoltà del sonno o incubi ricorrenti calo dell’interesse per giochi o attività abituali regressioni (ritorno a comportamenti tipici di fasi precedenti, come enuresi o richiesta costante di vicinanza fisica) irritabilità o scoppi d’ira apparentemente immotivati, difficoltà di concentrazione o calo del rendimento scolastico, isolamento, ritiro, riduzione del dialogo somatizzazioni, come mal di pancia o mal di testa senza causa medica apparente. Questi segnali non significano automaticamente che il bambino stia vivendo un disagio grave, ma indicano che ha bisogno di uno spazio per elaborare ciò che sta accadendo. È proprio in questi momenti che il pediatra o lo psicologo infantile possono fare la differenza.Chiedere aiuto non significa patologizzare il bambino, ma fare prevenzione. Significa offrire alla famiglia un supporto che aiuti a trasformare il silenzio in parola e la paura in un’esperienza condivisa, più sostenibile e meno solitaria. In molte situazioni, bastano pochi.

Che ultimo consiglio possiamo dare a chi si imbatte a leggere questo articolo?
Un ultimo consiglio che ci sentiamo di dare è quello di non affrontare tutto da soli. La malattia oncologica di un genitore sconvolge gli equilibri familiari, ma non deve trasformarsi in un’esperienza isolata. Parlare con i figli, chiedere supporto agli amici, coinvolgere la scuola, affidarsi ai professionisti: sono tutti passi che proteggono non solo i minori, ma l’intera famiglia. Ogni genitore ha diritto al proprio tempo, alle proprie paure e ai propri limiti. Non esiste un modo “perfetto” per comunicare la malattia, ma esiste un modo autentico, che parte dal desiderio di proteggere e accompagnare i figli anche nei momenti più difficili. Cercare aiuto non è un segno di debolezza, ma una forma concreta di cura. Se c’è un messaggio che vorremmo lasciare, è questo: nessuno deve sentirsi solo nell’affrontare un’esperienza così complessa. Le reti di sostegno – familiari, cliniche, associative – esistono e possono fare davvero la differenza. Parlare, chiedere, condividere rende il peso più leggero e permette a tutti di crescere sentendosi visti, ascoltati e accompagnati. Ti consiglio 5 libri come strumento indispensabile per affrontare questo percorso di malattia.

  1. Voglio restare sotto le coperte. Per parlare di malattia insieme ai bambini
    di Giovanna Caia
    Illustrazioni Vittoria Annechini
    Editore Fabbrica dei segni
    Età di lettura: 5 anni
  2. Papà Uovo, la malattia spiegata a mio figlio
    di Gabriella De Benedetta, Silvia D’Ovidio, Antonello Pinto
    Illustrazioni di Sergio Staino
    Editore Marotta e Cafiero
    Età di lettura: 5 anni
  3. La pazienza dei sassi
    di Ierma Sega, Michela Molinari
    Editore Il Prato
    Età di lettura: 6 anni
  4. Piccole fiabe per grandi guerrieri
    di Matteo Losa
    Illustrazioni di Javier Pérez
    Editore Marotta e Cafiero
    Età di lettura: 8 anni
  5. Le avventure nel barattolo
    Edito da Gilead

Articolo di stampa – 20251017

Fonte: politicamentecorretto.com – 17 ottobre 2025

“Ci sentirete vicini”: la nuova collana di
podcast dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano per aiutare i genitori a comunicare la malattia ai figli

“Ci sentirete vicini”: la nuova collana di podcast dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano per aiutare i genitori a comunicare la malattia ai figli.
Cinque episodi audio offrono strumenti pratici a famiglie e operatori per affrontare insieme il percorso oncologico.
Affrontare con i figli il tema della malattia oncologica è una sfida che molti genitori vivono con grande difficoltà.
Per offrire un aiuto concreto in questo percorso, la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori (INT) di Milano, in collaborazione con ANVOLT ODV – Associazione Nazionale Volontari Lotta contro i Tumori, ha realizzato “Ci sentirete vicini”, una collana di podcast che propone consigli e strumenti di supporto pensati per le famiglie e per chi le assiste.
I cinque episodi, disponibili sul sito dell’Istituto e sulla piattaforma ANVOLT ODV, rientrano nel progetto “Percorsi di sostegno per bambini e adolescenti che vivono in un contesto Onco-ematologico – Assistenza, Ricerca e Formazione”.

UN NUOVO LINGUAGGIO PER UNA RELAZIONE PIÙ VICINA
“L’idea nasce dalla volontà di sperimentare nuovi linguaggi di comunicazione – spiega la Dottoressa Claudia Borreani, psicologa e dirigente della SSD Psicologia Clinica dell’Istituto –. Abbiamo alle spalle una lunga esperienza con l’ambulatorio ‘Gioco Parola’, nato oltre vent’anni fa per accompagnare le famiglie in questo percorso. Oggi però sentiamo l’esigenza di utilizzare strumenti più vicini alle generazioni di genitori che sono abituati a informarsi in rete e ad ascoltare contenuti digitali. I podcast rappresentano un’evoluzione naturale: sintetici, accessibili, immediati”.
Oltre a rivolgersi alle famiglie, i contenuti sono stati pensati anche per infermieri e medici, che spesso si trovano accanto ai pazienti nel momento in cui devono affrontare il tema con i figli.

NON SOLO TECNOLOGIA: UN SUPPORTO CLINICO E UMANO
Il progetto è stato coordinato dal team di psicologi clinici dell’INT, tra cui il Dottor Carlo Barbati, che sottolinea: “La comunicazione della malattia oncologica in presenza di minori richiede attenzione, chiarezza e rispetto del loro punto di vista. Il podcast rappresenta un mezzo utile a semplificare concetti complessi e a renderli più accessibili, mantenendo l’aderenza ai dati e alle evidenze scientifiche. L’obiettivo non è sostituire il supporto offerto dal colloquio psicologico clinico rivolto ai genitori, ma fornire spunti di riflessione che possano favorire la costruzione di un dialogo più vicino alle esigenze dei figli minori”.
Il progetto, nato anche come ambito di ricerca, sta raccogliendo dati attraverso interviste e questionari ai genitori per comprendere meglio le difficoltà comunicative che incontrano.

UNA STORIA DI CONTINUITÀ E INNOVAZIONE
L’ambulatorio di Psicologia Clinica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano svolge ogni anno circa 4.000 colloqui con pazienti e caregiver, confermandosi un punto di riferimento a livello nazionale.
I colloqui per i pazienti oncologici sono gratuiti grazie al Servizio Sanitario Nazionale, mentre per i caregiver è previsto un ticket simbolico.
Il progetto dei podcast rappresenta un tassello ulteriore di un impegno costante: accogliere le famiglie, dare voce ai minori e sperimentare linguaggi nuovi per rendere il supporto psicologico sempre più accessibile.

Il podcast si può ascoltare al seguente link: www.anvolt.org/podcast
“Troverai linee guida per gestire le varie fasi della malattia, se sei paziente, familiare, caregiver o operatore sanitario.”

Articolo di stampa – 20251013

Fonte: L’Eco di Bergamo – 13 ottobre 2025

«Raccontare la malattia: la parola è la prima e più grande terapia»

Questa volta non solo divulgazione scientifica, risultati di studi, illustrazione di frontiere della ricerca ma, anche, il racconto diretto, personale, di esperienze «forti», che incidono profondamente sulla vita, che magari non si confidano per sensi di colpa, pudori, diffidenze preconcette. Esperienze come il cancro. Ne esce, in primo piano, il potere curativo, catartico, salvifico, del racconto, della parola, che infrange i confini della solitudine, dissolve l’assurda convinzione di essere i soli a subire/affrontare dolore e malattia, l’assurdo senso di colpa per averla causata con qualche comportamento inidoneo. «Le parole per dirlo: raccontare la malattia», sabato sera al Pala SDF di piazza Libertà, è stato, nel programma di BergamoScienza, un incontro specialmente diretto, «settico», vero. Giacomo Cardaci, scrittore, attivista, funzionario del ministero della Cultura, testimonial di Airc – che organizzava la serata, nell’anniversario dei suoi sessant’anni – ricorda: «Vent’anni fa mi è stato diagnosticato un cancro inoperabile, aggressivo, recidivante. Avevo 21 anni, tachicardie forti, fibrillazione atriale. Vengo operato, le sonde non riescono ad arrivare al cuore. Una Tac rivela una massa di 14 cm che lo comprime. Un linfoma di Hodgkin al terzo stadio B. Se sono qui, è grazie alla ricerca». Ma anche alla parola, al racconto, alla psicoterapia: «Sono lo sponsor più accanito, in tutto il sistema solare, dell’aiuto psicologico. La parola scioglie il dolore. Raccontare e ascoltare fa bene. I traumi non si leniscono con il tempo, si ripresentano anche a distanza di molti anni. Raccontare e condividere mi ha fatto sentire molto meglio. La prima e più grande terapia, per un’esperienza anche la più orrenda, è la parola». La parola «tumore», però, fa paura, è tabù perché associata alla morte. «È un meccanismo di difesa, di rimozione. Il cancro, anche metaforicamente, significa qualcosa di spregevole (il cancro della mafia), si lega a un inconscio senso di colpa: ci si sente responsabili della propria malattia. Una delle esperienze più dure è il senso di colpa. Ma fa parte della tragedia della vita che capitino cose che non puoi controllare, che non sono causate da una responsabilità».
«Mi piace uno sguardo d’agonia, perché è sincero». Contro eufemismi, ipocrisie, veli pietosi, Margherita Greco, psicologa dell’Istituto Nazionale Tumori, cita Emily Dickinson. «Se non si passa dal limite non ci si rimbalza nella vita. Vorrei scrivere un elogio del limite. Spendiamo la vita a cercare comportamenti che ci aiutino a negare la morte. Ma il limite c’è, la morte c’è, dobbiamo accettarlo. Da lì si sale, altrimenti ci si barcamena ad evitare la verità. Il cancro ci dà il compito di confrontarci con il limite».
«Un giorno il cancro diventerà una malattia curabile, e non farà più paura»: cita, invece, Shimon Sakaguchi, Nobel per la Medicina 2025, la sociolinguista Vera Gheno: «Allora anche il suo nome non farà più paura. Ora si usano formule come «male incurabile», «era malato da tempo», «lunga malattia», «brutto male». In tutte le culture si ritrovano gli stessi tabù, tra cui la morte e la malattia. Ma non nominandole si amplifica la paura, si ingigantisce il babau. Ci si ammala e ci si sente in colpa. È il bisogno di una causa, di una spiegazione». Senso di colpa, anche, verso i familiari: «Si ha paura di diventare un peso». E verso il corpo sociale: «In una società costruita su un individualismo sfrenato, l’ammalato si ritrova solo, non più performante, diventa un peso sociale, un fallimento: non riesco più a fare quello che la gente si aspetta da me. Nominare invece ha senso, rende conosciuto lo sconosciuto. Consente di mettere in comune le esperienze, fa capire che quello che ti succede riguarda la collettività. Non destino individuale ma collettivo, dovuto a motivi sistemici. Più se ne parla meno fa paura».
Ha moderato Ruggero Rollini, divulgatore scientifico.